Il discorso non letto (Premio Giacomo Matteotti, 13 ottobre 2014)

Un paio di settimane fa, esattamente mercoledì 1 Ottobre, uscii per andare in biblioteca e invece di prendere il solito autobus, per via dello sciopero, decisi di farmi il tragitto Porta Metronia – Piazza Trilussa a piedi. Durante il tragitto passai anche vicino la salita che porta all’Aventino e in quel momento pensai fra e me tutta sconsolata “I vincitori del Premio Giacomo Matteotti sicuramente saranno già stati avvisati e magari adesso staranno anche festeggiando. Devo solo rassegnarmi all’idea che la vita sia fatta di tante sconfitte.”

Arrivata in biblioteca cominciai a leggere il testo che avevo cercato, l’autobiografia di Ursula Hirschmann, quando alle 12:00 ricevetti una mail che mi comunicava l’esito del bando. La riguardai più volte e fui presa da uno strano sentimento ambivalente: da una parte sarei voluta andare dal bibliotecario -che era l’unica persona presente insieme a me in quel momento nella sala – e condividere con lui la bella notizia; dall’altra invece sentivo l’impellente impulso di piangere. In realtà vinse il secondo impulso e, dopodiché, cominciai a chiamare ed avvertire tutte quelle persone che direttamente o indirettamente, coscientemente o incoscientemente mi avevano aiutata, sostenuta e spronata. La tesi, infatti, così come il premio, non è stata solo e semplicemente un mio lavoro. Questo perché io non ho fatto altro che prendere spunto (grazie anche a Fondazioni come lo Sturzo, il Basso, l’Olivetti) da “pensieri intelligenti già pensati”.

Lo stesso Goethe diceva che “I pensieri intelligenti sono già stati pensati e che occorre solo tentare di ripensarli” ed  è qui che si inserisce un tema a me caro: quello della memoria storica. Personaggi del ‘900 (e non solo quelli del Novecento) come Adriano Olivetti, come Giacomo Matteotti, come Aldo Moro, come Giorgio La Pira, come Hannah Arendt, come Ursula Hirschmann ,come Jacques Maritain, come Norberto Bobbio, come Altiero Spinelli  (e la lista potrebbe continuare a lungo) hanno sacrificato –chi nel vero termine della parola chi nel senso più intellettuale- la propria vita per un’idea di politica con la P maiuscola. E i loro insegnamenti sono un po’ come le opere classiche secondo Italo Calvino, sono intramontabili e la loro validità emerge ancor più in periodi storici bui come questo attuale. Far conoscere e riprendere la loro battaglia per la difesa della dignità umana è un imperativo al quale non possiamo non rispondere.

Tornando adesso ad Olivetti. Brevemente qual è invece il senso più profondo della tesi? E’ rileggere il pensiero di Olivetti politico (non ingegnere), la sua idea di Comunità ben espressa (e in maniera fin troppo puntigliosa) nell’Ordine Politico delle Comunità e cercare qualche soluzione per risolvere la crisi dei nostri giorni. Lo stesso Adriano, ancora prima di scrivere l’Ordine Politico durante l’esilio svizzero, scrisse un testo intitolato Riforma politica, riforma sociale in cui asseriva che c’è la necessità di «una riforma politica, intesa a rinnovare radicalmente la struttura del Paese»[1], «la necessità di una riforma sociale […] se non si vuole perpetuare un sistema economico che è divenuto incapace di assolvere ai suoi compiti e contrasta in modo stridente con le esigenze della più elementare giustizia»[2] e la «necessità di una riforma morale, poiché nessuna struttura politica nuova, nessun ordinamento economico e sociale può sussistere e soddisfare i desideri degli individui […] se non avrà essenziale carattere di rinnovamento morale».[3]

Spiegare Adriano Olivetti politico, in poco tempo, è un’impresa impossibile perché egli era un imprenditore, un politico, un sociologo, un saggista, un urbanista, un filosofo. E ancor  più impossibile è spiegare l’Ordine Politico delle Comunità che è un testo sì bellissimo – tanto che Bobbio lo definì «progetto illuministico di una mente illuminata ma privo di riferimenti ai soggetti politici cui rivolgersi per incarnarsi»- ma al contempo è anche un testo di «difficile lettura», come evidenziato più volte da Ernesto Rossi, che richiede molti approfondimenti.

In breve però la straordinaria opera di Adriano Olivetti si percepisce da queste sue parole tratte dal saggio Le forze Spirituali “[…] Ma il disordine ancora prevale. Ne siamo consapevoli quando incontriamo – e la tristezza ci avvince – il diseredato, il disoccupato, quando nei rioni delle nostre città e nei borghi vediamo giocare in letizia nugoli di bimbi che hanno soltanto a loro difesa il sole – caldo e materno – e nulla sappiamo del loro avvenire: è ancora disordine quando vediamo le nostre città crescere senza piani, senza spazi verdi, nel rumore e nella bruttezza.»[4] Adriano non sopportava dunque la bruttezza, l’ingiustizia, l’odio e il suo progetto partiva non a caso della fabbrica per poi spostarsi al contesto politico; conscio del fatto che la fabbrica è inserita in una Comunità locale che a sua volta è inserita in una Comunità globale.

Adriano maturò questa idea quando fece nel 1925 un viaggio in America e aveva più o meno la mia età 24 -25 anni.  «Quando partii in America nel 1925 mi proposi di studiare il segreto dell’organizzazione, per poi vederne i riflessi nel campo amministrativo e politico. […] Vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno e che solo chi avesse potuto coordinare i problemi interni a quelli esterni sarebbe riuscito a dare la soluzione corretta a tutte le cose. […] Se io avessi potuto dimostrare che la fabbrica era un bene comune e non un interesse privato, sarebbero stati giustificati trasferimenti di proprietà, piani regolatori, esperimenti sociali audaci […] Il modo di equilibrare queste cose esisteva, ma non era nelle mie mani: occorreva creare una autorità giusta e umana che sapesse conciliare tutte queste cose nell’interesse di tutti. Questa autorità per essere efficiente, doveva essere investita di grandi poteri economici, doveva, in altre parole, fare nell’interesse di tutti, quello che io facevo nell’interesse di una fabbrica. Non c’era che una soluzione: rendere la fabbrica e l’ambiente economicamente solidali. Nasceva allora l’idea una Comunità.»[5]

Adriano sognava questa riforma integrale della società, ma partiva da un punto di partenza ben saldo: il lavoro. Il lavoro, infatti, è il principe dei diritti. Senza lavoro l’uomo non ha dignità e senza dignità non si hanno cittadini (ma popolino) e senza cittadini non si ha democrazia e senza democrazia non si ha la Pace Perpetua. Questo era chiaro anche a Lelio Basso che quando contribuì alla stesura dell’art. 4 della Costituzione evidenziando il nesso tra articolo 4 (Lavoro) e articolo 1 (Democrazia). Senza lavoro è inutile pensare di riformare le istituzioni e la Costituzione. La gente ha prima bisogno di mangiare. Non è un caso che oggi quell’art. 1 vivi uno strano stato di solitudine come scrive Gustavo Zagrebelsky in un suo saggio intitolato proprio Fondata sul lavoro. La solitudine dell’articolo 1.

Proprio per tal motivo, anche a nome dei tantissimi miei coetanei che non hanno avuto l’onore di poter vincere un premio tanto prestigioso, vorrei lanciare un appello. La Pira lanciò a De Gasperi, durante il dopoguerra, anche lui un appello invitando il governo a diventare il Governo del Lavoro e scrisse un articolo intitolato L’attesa della povera gente asserendo che solo un Governo che sappia dare coraggio e dignità alla povera gente potrà risolvere  la crisi e così facendo «farà come il sapiente costruttore del Vangelo: costruirà saldamente l’edificio sopra la roccia (S. Mt. VII, 24-29)». Ma se, invece, il Governo «darà ad esse una risposta negativa allora la crisi assumerà dimensioni più vaste ed il Governo farà come lo stolto costruttore del Vangelo: costruì l’edificio sulla sabbia, venne la tempesta e vi fu grande rovina (S. Mt. VII, 24-29).»

Allo stesso modo si potrebbe scrivere un articolo sull’Attesa dei poveri stagisti invitando il Governo a mettere da parte per un momento i dibattiti sulle norme. I posti di lavoro non si creano con la bacchetta magica dei giuristi, ma con la fantasia dei politici. Bisogna creare realmente lavoro, non basta dare agevolazioni, imporre agli studenti di fare  master o corsi di specializzazione. A cosa servono se poi nessuno assume? La Pira c’era riuscito con il Progetto Ina Casa, perché non dovremmo avere anche oggi noi una buona idea?

attacco articoloL’Italia è fatta di cultura, cibo e storia. Perché allora non ripartire da un progetto che includa università, pubbliche amministrazioni, privati e musei per rivalorizzare il nostro patrimonio artistico-culturale che sta andando in rovina? Prevedere dei manager culturali? Proprio di questo si era parlato l’8 aprile 2014 presso la Camera di Deputati durante la presentazione del testo “La crisi sprecata” del docente Fabio Donato. L’Italia ha del potenziale che gli altri Paesi non hanno e non avranno mai, basterebbe solo valorizzarlo e il lavoro tornerebbe; altro che se non tornerebbe.

Disse Randy Pausch, professore di informatica morto nel 2008, durante la sua “Ultima Lezione” rivolta ai suoi studenti, ai suoi figli e a tutti i curiosi che avrebbero (in futuro) scoperto la sua storia: “I muri non servono per fermare chi desidera davvero qualcosa. Esistono per fermare gli altri”.

Ma cosa l’Italia e gli italiani – a prescindere da ciò che essi dichiarano a parole- vogliono davvero? Gli italiani vogliono davvero abbattere muri o costruirne di nuovi per difendere – perseguendo una logica di “familismo amorale”- i propri singoli interessi?

 

[1] Olivetti Adriano, «Riforma politica, riforma sociale» in Olivetti Adriano, Stato federale delle Comunità: la riforma politica e sociale negli scritti inediti (1942-1945), a cura di D. Cadeddu, F. Angeli, Milano, 2004, p. 68

[2] Ibidem

[3] Ivi, p. 69

[4] Olivetti Adriano, Le forze spirituali, in Olivetti Adriano, Città dell’uomo, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, pp. 5-9

[5] Olivetti Adriano, Prime esperienze in fabbrica, in Olivetti Adriano, Il mondo che nasce, a cura di A. Saibene, Edizioni di Comunità, Roma, 2013, pp. 13-22 Cfr. Olivetti Adriano, Prime esperienze in fabbrica, in Olivetti Adriano, Società Stato Comunità: per una economia e politica comunitaria, Edizioni di Comunità, Milano, 1952, pp. 3-13

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