E ANCHE QUESTO 25 MARZO, COME SESSANT’ANNI FA, PIOVERÀ SULL’EUROPA?

Sessant’anni fa in una giornata di pioggia alle 18:47, come riportava il giornalista Enrico Altavilla sulla prima pagina di La Stampa del 26 marzo del 1957, Paul Henri Spaak – durante una fastosa cerimonia nella Sala degli Orazi e dei Curiazi al Campidoglio – poneva “la prima firma sulla prima pagina del grosso volume rilegato in pelle blu, contenente i trattati per il Mercato comune e per l’Euratom”. Un evento storico che veniva accolto dai delegati di Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo con ottimismo, ma anche con un pizzico di disincanto. Era forte la consapevolezza che quel cammino, come ricordato da Schuman nel suo famosissimo discorso del 9 maggio del 1950, non sarebbe stato né facile e né scontato. A tal riguardo Vittorio Gorresio, nella già citata prima pagina di giornale, scriveva“Cerchiamo di non cedere all’euforia, ma in pari tempo di non farci tentare dallo scetticismo, che sono gli opposti atteggiamenti oggi più facili!”

Quanto sono vere ancor oggi quelle parole? I due atteggiamenti che caratterizzano la percezione che i cittadini e le cittadine hanno dell’Europa sono esattamente questi: da un lato vi è l’idea che l’Unione Europea sia un meraviglioso “organismo sui generis”, in grado di garantire la pace e l’uguaglianza, e dall’altro lato l’idea che si tratti solo di un ammasso di istituzioni e burocrazia.

La verità, come sempre accade, si trova nel mezzo. L’Europa, come puntualizzato più volte da Papa Francesco, assume ai nostri giorni sempre più le sembianze di una “nonna” e non vi è immagine più incisiva di quella vincitrice, nel 2015, del concorso “Una vignetta per l’Europa”. Un disegno dell’illustratrice Marilena Nardi, intitolato “Vecchia Europa”, in cui veniva ritratta un’anziana ed elegante signora con un abito a balze blu, come le onde del mare, e adornato da una raccapricciante fantasia: stelle gialle in corrispondenza della vita e corpi di gente risucchiati dal blu di quelle onde. E mentre quella gente moriva la “Vecchia Europa” chiudeva gli occhi e si copriva le orecchie pur di non sentire quelle urla e quei lamenti.

Quel disegno ricorda in parte l’Europa di oggi, di cui molti e molte cittadini sembrano aver dimenticato il vero motivo per cui quel progetto nacque: far in modo che la gente non soffrisse più a causa di inutili guerre come riportato anche in una targa apposta alle Fosse Ardeatine, il cui eccidio avvenne il 24 marzo del 1944, “Qui fummo trucidati vittime di un sacrificio orrendo. Dal nostro sacrificio sorga una patria migliore e duratura pace tra i popoli”. Interessante, tuttavia, sono alcune parole di quella targa “sorga una patria migliore”. Di certo quella scritta non potevano averla scritta quei 335 uomini, perché già morti, e chissà se realmente si ritroverebbero in quel pensiero. Non furono propria la “patria”, il nazionalismo, l’idea della forza a sopraffarli? Non fu esattamente l’idea che esistano uomini migliori di altri, così come stati migliori di altri che giustificò tutta quella violenza? Come si potrebbe creare un’Europa migliore, evitando che essa stessa non finisca con l’assumere le sembianze di una grande “Patria”?

La sfida principale non può essere che una: una sfida storico-culturale. E’ necessario, innanzitutto, imparare a raccontare la storia con una diversa prospettiva: non solo guerre, supremazie, racconti di valorosi guerrieri o di coraggiosi soldati che morivano per la patria, incoraggiati dalle loro donne. La storia deve diventare, come spesso si afferma, un “laboratorio di vita” e non essere più raccontata da una ristretta élite, ma da tutti. Joyce Lussu – coraggiosa donna oltre che, ma non solo, consorte di Emilio Lussu – in un suo libro scriveva “Che cos’è fare la storia se non recuperare la verità del passato, taciute o deformate da minoranza disoneste, per capire meglio presente e il futuro che dovremmo costruire?” E anche Robert Schuman parlava in alcuni dei suoi discorsi della necessità di un processo di disintossicazione dei manuali di storia.

Ovviamente, si tratta di un lungo percorso e che richiede una volontà comune nel porsi domande e nel cercare risposte. Una di questa domande potrebbe essere “Ma la Comunità Economica Europea, in seguito divenuta Unione Europea, è stata fatta e voluta solo da dei Padri Fondatori? Non vi sono state delle Madri Fondatrici accanto ai Padri Fondatori?” Con questa speranza il 17 febbraio 2017 sono stati presentati alla Sapienza Università di Roma, durante una conferenza, una mostra sulle “Madri Fondatrici dell’Europa” e un libro di Maria Pia Di Nonno intitolato “Europa. Brevi ritratti delle Madri Fondatrici”.

Una piccola iniziativa nata con la speranza di sensibilizzare gli europei a rivedere e a rileggere le pagine della propria storia comune, ma che nasce all’interno di una serie di promettenti e incoraggianti iniziative come l’inaugurazione a Bruxelles, dopo anni di lavoro, della Casa della storia europea. Che la consapevolezza storica possa aiutare a cambiare il corso della Brexit? Oppure, la noncuranza della storia stessa, porterà a ricadere negli stessi errori del passato? Il sacrificio di quegli uomini e donne servirà a qualcosa o verrà, nuovamente, vanificato? Ed ancora questo 25 marzo si esaurirà in una serie di belle intenzioni o rappresenterà un momento di svolta per riprendere e riaffermare quegli ideali dei padri e delle madri fondatrici, ma ancor meglio quelle speranze di tutte le donne e tutti gli uomini? Questo 25 marzo pioverà ancora su Roma e più metaforicamente sull’Europa, proprio come sessant’anni fa?

Maria Pia Di Nonno, 24/03/2017, su http://www.ildomaniditalia.eu/article/e-anche-questo-25-marzo-come-sessant%E2%80%99anni-fa-piover%C3%A0-sull%E2%80%99europa

E anche questo 25 marzo, come sessant_anni fa, pioverà sull_Europa_ _ Il Domani d’Italia

 

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